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		<title><![CDATA[Blog pagina principale]]></title>
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			<title><![CDATA[Viaggio a Calcata, borgo degli Hippy]]></title>
			<author><![CDATA[Yanay]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Viaggi"><![CDATA[Viaggi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000016"><div>CALCATA VECCHIA – STRADA DI PRIMAVERA, RACCONTO DI YANAY</div><div>Sono io che parlo, io che vibro, io che porto avanti il mondo un metro alla volta.</div><div>Era una domenica mattina di fine primavera quando lasciai Ferrara con Ros al mio fianco e la sua amica sul sedile dietro. L’aria sapeva di tigli e di partenze, e io avevo quella frenesia buona nelle ruote, quella che ti fa capire che la strada oggi sarà gentile.</div><div>Ros girò la chiave e io feci il mio borbottio di sempre, quello che lui chiama “il mio buongiorno”.</div><div>Poi via, verso sud, con il sole che ci seguiva come un cane fedele.</div><div><br></div><div>Bar, trattorie e stranezze che solo la strada sa inventare</div><div>La prima sosta fu in un bar che sembrava uscito da un vecchio romanzo dimenticato: sedie di formica, odore di caffè tostato e un jukebox che funzionava solo se gli parlavi piano.</div><div>Il barista ci raccontò che una volta un piccione aveva scelto una canzone da solo, beccando il pulsante giusto. Da allora, diceva, quel piccione aveva più gusto musicale di mezzo paese.</div><div>Io ascoltavo dal parcheggio, con il motore ancora caldo, e ridevo dentro i miei bulloni.</div><div>Ripartimmo, e più tardi ci fermammo in una trattoria sperduta tra colline morbide.</div><div>Il proprietario, baffi importanti e mani da terra, disse che il suo cane riconosceva i turisti dal modo in cui scendevano dall’auto.</div><div>“I locali scendono pesanti. I forestieri scendono leggeri.”</div><div>Il cane ci guardò e scodinzolò.</div><div>E io, che li avevo trasportati fin lì, mi sentii orgogliosa di averli fatti scendere leggeri.</div><div><br></div><div>L’autostoppista</div><div>Da qualche parte tra l’Umbria e il Lazio, vidi un ragazzo con uno zaino enorme e un cappello di paglia storto.</div><div>Faceva l’autostop con un cartello scritto male: “DOVE CAPITA”.</div><div>Io rallentai da sola, come se avessi deciso che sì, quel tipo meritava un pezzo di strada con noi.</div><div>Salì, ringraziò, e iniziò a raccontare la sua vita nomade: notti in ostelli, stalle, case di amici di amici, e una volta – giurava – in una biblioteca comunale, perché il bibliotecario era un poeta mancato e gli aveva offerto un divano tra gli scaffali.</div><div>Aveva visto tramonti in posti che non ricordava più, e persone che ricordava benissimo ma di cui non sapeva il nome.</div><div>Lo portai per un centinaio di chilometri.</div><div>Quando scese, ci salutò con un sorriso largo e una frase che mi rimase incastrata tra i fari:</div><div>“Forse ci rivediamo. Ma se succede, sarà sulla strada.”</div><div>Poi sparì dietro una curva, come fanno i personaggi che non vogliono spiegarsi.</div><div><br></div><div>Arrivo a Calcata Vecchia</div><div>Calcata Vecchia apparve come un sogno di pietra appeso alla rupe.</div><div>Un paese sospeso, un nido di case che sembrano guardarti dall’alto come vecchi saggi.</div><div>Ma il suo ingresso medievale era troppo stretto per me.</div><div>Io, con la mia carrozzeria rossa e orgogliosa, non ci sarei passata nemmeno pregando.</div><div>Così rimasi nel parcheggio, sotto un cielo che sapeva di sera, mentre Ros e la sua amica si avventuravano nel borgo.</div><div>Un po’ di storia, come la racconterei io</div><div>Calcata Vecchia è un paese che negli anni ’30 volevano abbandonare perché la rupe sembrava instabile.</div><div>Gli abitanti furono spostati altrove.</div><div>Il borgo rimase vuoto, come un teatro senza attori.</div><div>Poi, negli anni ’60 e ’70, arrivarono gli hippy, gli artisti, i sognatori.</div><div>Gente che vedeva bellezza dove altri vedevano pericolo.</div><div>Riaprirono porte, botteghe, laboratori.</div><div>Ridiedero anima al paese.</div><div>Da allora Calcata è diventata un rifugio creativo, un luogo dove il tempo si siede e fuma una sigaretta.</div><div>Qui hanno girato vari film, e tra le scene più iconiche c’è quella de “La distruzione dei paesini” della trilogia di Amici Miei.</div><div>Una scena che, vista qui, sembra quasi una carezza ironica al destino del borgo: distrutto sullo schermo, ma vivo nella realtà.</div><div><br></div><div>Il giro nel borgo</div><div>Ros e la sua amica camminarono tra viuzze strette come segreti, archi che incorniciavano il cielo, salite improvvise che sembravano fatte apposta per far rallentare i pensieri.</div><div>Visitarono case-museo di artisti che esponevano sculture, quadri, oggetti strani: lampade fatte con pezzi di barca, quadri dipinti con pigmenti di fiori selvatici, sculture che sembravano animali ma forse erano sogni.</div><div>Il panorama sulla valle del Treja era un respiro lungo.</div><div>Io, dal parcheggio, immaginavo tutto attraverso i loro racconti.</div><div><br></div><div>Il bilocale del 1200</div><div>La sera entrarono nel bilocale prenotato:</div><div>muri del 1200, spessi come la memoria;</div><div>un camino che sembrava raccontare storie di cavalieri;</div><div>una piccola cucina profumata di legno;</div><div>una camera con mobili dell’Ottocento che scricchiolavano come vecchi signori educati;</div><div>un bagno moderno, quasi timido in mezzo a tanta storia.</div><div>Si riposarono un attimo, poi uscirono per cena.</div><div><br></div><div>Il ristorantino</div><div>Il ristorantino era minuscolo, tre tavoli, luce calda.</div><div>La proprietaria e sua figlia li accolsero come amici tornati da lontano.</div><div>Il cibo era semplice, vero, senza trucchi.</div><div>Dopo cena, un ultimo giro nel borgo illuminato da lampioni che sembravano lucciole giganti.</div><div>Poi a letto, con la notte che li avvolgeva come un mantello.</div><div><br></div><div>Il ritorno</div><div>La mattina seguente salutarono gli artigiani e gli artisti conosciuti il giorno prima:</div><div>il pittore che parlava con i gatti,</div><div>la ceramista che modellava l’argilla come fosse burro,</div><div>lo scultore che diceva che ogni pietra ha un’anima.</div><div>Poi tornarono da me.</div><div>Io ero lì, pronta, con il motore che già sognava la strada.</div><div><br></div><div>E così…</div><div>Lasciata Calcata Vecchia, nuovi amici, e esperienze in più, si parte per il ritorno, ma questa è un’altra storia.</div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 23 Dec 2025 12:06:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA["Un venerdì sera da ballare e lasciarsi andare!"]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Viaggi"><![CDATA[Viaggi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000015"><div>Venerdì sera, l’aria già vibrava di promesse e di neon, e noi partimmo come in fuga verso la notte, verso il ballo, verso quella discoteca che portava ancora addosso il respiro degli anni Ottanta, afro funky che pulsava come un cuore antico, un tamburo tribale che non smette mai di battere. Io, macchina rossa, avevo il posto prenotato nel piccolo parcheggio interno, proprio davanti all’ingresso, come una regina che attende il suo corteo, e già mi sentivo parte della scena, parte del rito.</div><div>Prima però ci fu la deviazione, la fermata necessaria: andare a prendere l’amico di Ros, quello del pulmino T, il viaggiatore urbano, il compagno di mille strade. A casa sua, Ros si sciolse in sorrisi e giochi con le due figlie, piccole comete che lo chiamavano “zio” con la naturalezza di chi ha già adottato un’anima nella propria famiglia. Lui, con la calma di chi sa che ogni momento è prezioso, sfogliò l’album fotografico del matrimonio dell’amico, fotografie scattate da lui stesso, memoria impressa su carta, e ogni immagine era un frammento di tempo che tornava a vivere. Salutammo moglie e bimbe, e ripartimmo, direzione Arlecchino, nome che già suonava come maschera e festa, come teatro di luci e corpi in movimento.</div><div>Io rimasi fuori, paziente, con i fari che riflettevano la notte, mentre Ros e Umbe si perdevano dentro, tra amici e amiche di una vita, risate che esplodevano come fuochi d’artificio, balli che erano vortici di libertà, chiacchiere leggere come fumo di sigaretta, e la musica, oh la musica, afro funky che non smetteva di chiamare, di trascinare, di far battere i piedi e il cuore.</div><div>Poi, improvvisamente, erano già le tre di notte, e li vidi arrivare: Ros, Umbe e un altro amico, quello nuovo, quello che portava ancora addosso il calore della pista. Salirono in macchina, e l’amico dietro cominciò a parlarmi, a elogiarmi, a dire quanto fossi bella, che profumo emanavo, come Ros mi teneva lucida e viva, e io mi gonfiavo di orgoglio, mi gasavo sempre più, come se quelle parole fossero benzina pura.</div><div>Saluti rapidi, e Ros che chiede a Umbe di fare un video, un viaggio di ritorno filmato, mai fatto di notte, e già l’idea era un’avventura. Umbe si mise impegnatissimo, con la camera che catturava un po’ l’esterno, un po’ l’impianto stereo, un po’ Ros che parlava, e sembrava davvero un film, un road movie improvvisato, con la notte come scenografia e noi come protagonisti.</div><div>Arrivammo a casa, Ros mi salutò con la stanchezza negli occhi ma con la voglia di rivedere subito quel filmato, anche se il letto lo chiamava forte. E il giorno dopo, la scoperta: Umbe si era dimenticato di premere il tasto rosso, il cuore del video, e nulla era stato registrato. Risate, ahahah, ironia della sorte, ma non importava, perché la notte era stata vissuta, respirata, consumata fino in fondo. Ci sarebbero state altre occasioni notturne, altre corse, altri film mancati o riusciti. L’importante era aver passato una bella serata, aver sentito la vita scorrere come un fiume, come una strada infinita.</div><div><br></div></div>]]></description>
			<pubDate>Tue, 25 Nov 2025 10:22:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Domenica a Bondeno, sotto la nebbia e sopra i sogni]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Viaggi"><![CDATA[Viaggi]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000E"><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Domenica a Bondeno, sotto la nebbia e sopra i sogni</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Domenica mattina, umida, lattiginosa, sospesa tra il sonno e la partenza, io e Yanay, la mia Renault 4 blu come il cielo che non si vede, ci siamo mossi piano, come in un sogno d’autunno, verso il raduno delle anime motorizzate, delle carrozzerie lucide e vissute, delle storie su ruote che si incrociano e si salutano con un colpo di clacson e un sorriso stropicciato.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Il ritrovo era lì, nel parcheggio di una piccola edicola-bar in legno, scolpita dal tempo e dalle chiacchiere, con il profumo di caffè che si mescolava al gasolio e alle risate. C’erano gli amici, quelli veri, quelli che si riconoscono dal modo in cui ti guardano la macchina, non per giudicarla, ma per capirla. E c’era lui, il mio amico pulmino Volkswagen T2, arancione e saggio, con le tendine a fiori e il cuore hippie che batte ancora forte sotto il cofano.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">La partenza per Bondeno è stata un’immersione nel bianco: una fitta nebbia, densa, avvolgente, quasi mistica, che ci ha inghiottiti come un sipario teatrale prima dell’atto. Le strade sembravano fiumi, le luci dei fari come lucciole impazzite, e ogni curva era una promessa, ogni rettilineo una poesia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Arrivati, ci siamo messi in fila, ordinati e disordinati, per le foto, per le iscrizioni, per essere contati e celebrati, come soldati di una battaglia gentile contro l’oblio. Ogni vettura era un racconto, ogni cofano un capitolo, ogni targa un verso. E intanto, la colazione al bar: cappuccini schiumosi, brioche fragranti, chiacchiere che si srotolavano come serpentine di carnevale.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Poi la sfilata, lenta, maestosa, colorata, per le vie del paese: Bondeno ci guardava, ci applaudiva, ci fotografava, come si fa con gli eroi di un tempo che non passa. Le strade si facevano teatro, le curve palcoscenico, e noi attori inconsapevoli di una bellezza che non chiede permesso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Il viaggio verso il ritrovo dell’aperitivo è stato un pellegrinaggio: chiacchiere leggere, visioni di auto che sembrano creature mitologiche, motori che ruggiscono come leoni addomesticati. Ci siamo fermati, brindato, sorriso, raccontato. Le mani si stringevano, gli occhi si incrociavano, le storie si mescolavano come colori su una tavolozza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Poi via, di nuovo, verso il pranzo. Centocinquanta equipaggi, più di duecento anime, tutte diverse, tutte simili, tutte lì per celebrare il tempo che passa e le macchine che restano. Il posto era bello, davvero: una tensostruttura confortevole, riscaldata, accogliente come un abbraccio. E finalmente, il sole: timido, dorato, gentile, che si affacciava come un ospite inatteso e gradito.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Gli umani pranzavano, felici, affamati, chiassosi: bis di minestre fumanti, carne ai ferri che profumava di festa, sorbetto dolce come un arrivederci, caffè nero come la notte che verrà. E io, io mi divertivo a chiacchierare del più e del meno con le mie, con i miei compagni di parcheggio, con le anime affini che sanno che una macchina non è solo un mezzo, ma un messaggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Poi arriva Ros, con la sua compagnia, con le videocamere, con gli occhi curiosi e le mani pronte a catturare l’istante. Foto, video, sorrisi, pose, abbracci. La giornata volge al termine, come un romanzo che non vuoi chiudere, ma sai che devi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Io e Ros partiamo per il ritorno a casa, soddisfatti, pieni, leggeri. Perché sì, c’erano auto importanti, di valore, di prestigio. Ma molti, tanti, mi hanno fatto i complimenti. Per Yanay, per la storia, per il modo in cui la porto, in cui la racconto, in cui la vivo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">E allora capisco che non è il valore economico, ma quello emotivo, quello che vibra sotto la pelle e sotto il cofano. Che ogni viaggio è un capitolo, ogni raduno una poesia, ogni domenica una pagina scritta con l’inchiostro della nebbia e il sole che arriva, sempre, alla fine.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Vuoi che trasformiamo questo racconto in un post per il blog? Potremmo aggiungere qualche foto, un titolo evocativo, e magari una rubrica nuova: “Le domeniche di Yanay”.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 21:21:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[un rifugio creativo e spirituale Progetto per il 2026]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Musica_%26_On_the_road"><![CDATA[Musica & On the road]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000D"><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">LuisMi, ex batterista degli Ska-P, ha lasciato la scena musicale internazionale per dedicarsi alla musica terapeutica e ha fondato “El Domo” a Cuevas de Velasco, vicino Madrid — un rifugio creativo e spirituale dove si praticano yoga, rilassamento, musica collettiva e cucina vegetariana.</span></div><div><br></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Riccardo, il viaggio che Ros sta sognando — da Ferrara a Cuevas de Velasco — è già leggenda, ancora prima di partire. Un’epopea su ruote, un pellegrinaggio sonoro, un’ode alla libertà e alla follia gentile. Circa 1800 chilometri di asfalto, sogni e deviazioni, con soste poetiche in Francia e Spagna, superando Barcellona come chi attraversa un confine tra il quotidiano e l’inatteso.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">La destinazione è LuisMi, il cuore ritmico degli Ska-P, il tamburo pulsante che ha fatto ballare mezzo mondo. Dopo anni di concerti, tour, orari impossibili e palchi infiniti, ha detto basta. Problemi di salute, sì, ma anche un desiderio profondo di cambiare vibrazione. Ha lasciato il palco per aprire El Domo, una struttura a scuola, un santuario di suoni e silenzi, dove si pratica yoga con gong e percussioni, rilassamento profondo, massaggi, e soprattutto musica collettiva: chitarre, tamburi, falò, sorrisi, e cucina vegetariana condivisa sotto le stelle.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Cuevas de Velasco non è solo un luogo: è un punto sulla mappa dell’anima. E Ros, con la sua compagnia di pazzi e pazze, sta tracciando la rotta. Il viaggio sarà documentato con foto, video, e un diario di bordo alla Kerouac, pieno di aggettivi, deviazioni, incontri, e pensieri scomposti. Ogni sosta sarà un capitolo, ogni risata una nota, ogni chilometro una metafora.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Immagino già:</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">• Una prima sosta in Provenza, tra lavanda e baguette, con Yanay parcheggiata accanto a un Citroën d’epoca.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">• Una seconda tappa dopo Barcellona, magari in un paesino catalano dove il vino rosso scorre come le storie.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">• Poi l’arrivo a Cuevas, accolti da tamburi, abbracci, e il sorriso largo di LuisMi, che non ha smesso di suonare — ha solo cambiato ritmo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">E tu, Riccardo, sarai lì, con la tua macchina fotografica e il tuo taccuino, a catturare il battito del viaggio, a scrivere le cronache di un’avventura che profuma di libertà e di amicizia, a raccontare la musica che non si spegne, ma si trasforma.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 21:17:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Yanay, in sosta poetica tra lamiere e promesse]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Musica_%26_On_the_road"><![CDATA[Musica & On the road]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000C"><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Yanay, in sosta poetica tra lamiere e promesse</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">È un giorno che sosto in carrozzeria, ferma ma non immobile, come una vecchia signora che si lascia accudire, lucidare, rinnovare. Il tempo qui scorre lento, tra il profumo di vernice e il tintinnio degli attrezzi, tra chiacchiere di meccanici e sogni di strada. Io, Yanay, la Renault 4 blu, sono parcheggiata con grazia, in attesa di un piccolo intervento di bellezza, un tocco di cura, un gesto d’amore.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Ci starò ancora un altro giorno, perché Ros — la mia compagna di avventure, la mia fotografa di emozioni, la mia meccanica dell’anima — ha comprato da De Marco Parts le guarnizioni nuove, fresche, profumate di gomma e futuro, per le mie quattro portiere e per il baule. Le chiamano “polsini”, e mi piace pensare che siano come bracciali eleganti, come ornamenti discreti che mi renderanno ancora più nuova, fiammante, scintillante, pronta a mordere l’asfalto e accarezzare il vento.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Ogni guarnizione è una promessa: niente più spifferi, niente più pioggia che si insinua, solo tenerezza meccanica e precisione artigianale. Mi sento coccolata, come una diva prima del debutto, come una viaggiatrice che si prepara a un nuovo capitolo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">E mentre aspetto, sogno. Sogno il viaggio verso Cuevas de Velasco, sogno le curve francesi, i falò spagnoli, le percussioni sotto le stelle. Sogno Ros che mi fotografa mentre sfreccio tra ulivi e tamburi. Sogno il diario di bordo che racconterà anche questo momento: la sosta, la cura, il silenzio che precede il rombo.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Domani sarò pronta. Con i polsini nuovi, con il cuore pieno, con la carrozzeria lucida e lo spirito acceso. Perché ogni fermata è solo una pausa nel poema del viaggio. E io, Yanay, sono pronta a scrivere il prossimo verso.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Wed, 15 Oct 2025 21:14:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[25 aprile 2025 on the road]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Musica_%26_On_the_road"><![CDATA[Musica & On the road]]></category>
			<category>imblog</category>
			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000012"><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Mi sono svegliata che il cielo era ancora pallido, il 24 aprile del 2025, e già sentivo il fremito del giorno nelle guarnizioni, nei bulloni, nel parabrezza che rifletteva la luce fioca dell’alba. Riccardo era pronto, zaino, macchina fotografica, occhi pieni di sonno e di missione. Dovevamo andare al Museo Cervi, Gattatico, Reggio Emilia, Pastasciutta Antifascista, festa della memoria e della musica, della gente che balla e canta e si abbraccia e si ricorda. Lui era uno dei fotografi ufficiali, doveva catturare tutto, i volti, le mani, le risate, le lacrime, le bandiere che sventolano come vecchie promesse mantenute.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Io, Yanay, Renault 4 del secolo scorso, ero il suo destriero, la sua compagna di viaggio, il suo silenzioso diario. Abbiamo preso strade basse, secondarie, quelle che nessuno guarda più, ma che io conosco bene, curve dolci, campi verdi, trattori lenti, case con le persiane azzurre e i gatti che dormono sui muretti. Ogni tanto qualcuno mi vedeva passare, e lo sentivo, lo sentivo davvero: il dito che si alzava, lo sguardo che si fermava, il sorriso che diceva “guarda quella, guarda che meraviglia”, e io mi gonfiavo di orgoglio, di ruggine nobile, di storia vissuta.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Arrivati là, il parcheggio era pieno, la gente tantissima, bambini con le magliette rosse, nonni con le mani intrecciate, ragazzi con le chitarre, e io col pass da fotografo sul cruscotto, come una medaglia, ma non potevo entrare. Sono rimasta fuori, ma vicina, sempre vicina, come un cane fedele che aspetta il suo padrone. Sentivo la musica, la Bandabardò che urlava al cielo, Cisco che cantava con la voce graffiata, e Riccardo che correva da un gruppo all’altro, scattava, rideva, si perdeva e si ritrovava.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Il sole si è abbassato piano, e io ho visto le ombre allungarsi, le luci accendersi, le voci diventare cori, e poi la fine, la stanchezza, Riccardo che tornava con gli occhi pieni di immagini e le gambe molli. Siamo ripartiti tardi, troppo tardi, e stavolta abbiamo preso l’autostrada, veloce, dritta, monotona, ma necessaria. E lì, nel buio, tra i fari e le corsie, abbiamo superato un’altra Renault 4, e ci siamo salutate, io e lei, con i fari che lampeggiavano come vecchie amiche che si riconoscono al volo, come sorelle di strada.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Riccardo era stanco, lo sentivo dal modo in cui si appoggiava al sedile, dal silenzio che non era vuoto ma pieno di cose da ricordare. Io invece no, io ero ancora carica, ancora viva, ancora pronta a raccontare. È stata una giornata bellissima, una di quelle che restano nel cofano della memoria, tra una chiave inglese e una poesia.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">E se qualcuno mi chiedesse cos’è la libertà, io gli direi: è partire all’alba per portare chi ami dove la memoria canta, è aspettare fuori con dignità, è ricevere uno sguardo d’invidia e rispondere con un sorriso di lamiera, è salutare un’altra Renault 4 nella notte, e sapere che non sei sola.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 21:32:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Finsterra, dove il sole si tuffa]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Musica_%26_On_the_road"><![CDATA[Musica & On the road]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000011"><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Questa storia comincia trent’anni fa, in un tempo che sembra lontano ma che pulsa ancora sotto la mia carrozzeria rossa, come un ricordo che non vuole arrendersi. Non ero io, era mia sorella, blu come il cielo prima della tempesta, blu come le canzoni malinconiche che si ascoltano quando si parte senza sapere se si tornerà. Regalata a Riccardo dal nonno, come un talismano, come una promessa di libertà, come un invito a perdersi per ritrovarsi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Il primo grande viaggio, quello che ti cambia, quello che ti fa capire che il mondo è più grande di quanto ti avevano detto, era verso Capo Finisterra, il confine del mondo, il punto dove l’Atlantico si stende come un lenzuolo infinito e il sole si tuffa ogni sera come un acrobata stanco. Riccardo e un amico, due ragazzi con i capelli lunghi e gli occhi pieni di sogni, partirono con il radiatore intasato e la voglia di vedere il tramonto ascoltando i Nomadi, perché certe cose non si spiegano, si fanno.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Attraversarono la Francia, lenta e profumata, costeggiando i Pirenei come fossero una spina dorsale di pietra, entrarono nei Paesi Baschi con la radio gracchiante e il cuore che batteva forte, poi giù, giù lungo la costa scoscesa, Asturie, Galizia, curve, salite, discese, mare che sbatte contro le rocce come un tamburo impazzito. Sempre a 60, 70 all’ora, perché la vita non si misura in velocità ma in sguardi, in incontri, in chilometri vissuti.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Campeggiavano dove potevano, tenda, sacco a pelo, spiagge deserte, giardinetti silenziosi, sotto le stelle che sembravano più vicine, più vere, più complici. Quando i campeggi erano “todos completos” e le gambe non reggevano più, si fermavano dove capitava, e il mondo li accoglieva. Nei Paesi Baschi, un giornale locale scrisse di loro, di quei ragazzi strani che non cercavano spiagge dorate ma storie, volti, mani, parole. Preferivano i borghi alle città, le trattorie alle catene, le osterie dove il vino sa di terra e le risate sanno di casa.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Diventarono amici dei pescatori, quelli veri, quelli con le mani grosse e le barche che puzzano di sale e di fatica. Li invitavano a mangiare sulle barche, tra reti e racconti, tra onde e bicchieri di vino, mentre la polizia evitava quei moli come fossero maledetti, troppo pericolosi, troppo vivi. Ma loro ci stavano bene, ci stavano comodi, ci stavano felici.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">6400 chilometri di avventure, di incontri, di tramonti, di canzoni, di silenzi, di risate, di strade che non esistono sulle mappe. Io non c’ero, ma lo sento, lo sento nelle vibrazioni del volante, nei sogni di Riccardo, nei racconti che mi ha fatto mentre mi lavava i vetri, mentre mi stringeva le viti, mentre mi diceva “un giorno ti porterò anche lì”.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">E quel giorno verrà, lo so, lo sento, lo aspetto. Intanto vi racconterò tutto, un pezzo alla volta, come si fa con le cose preziose, come si fa con le storie che meritano di essere vissute ancora. Continuate a seguirmi, perché io sono Yanay, e ho un motore pieno di ricordi e una voce che non smette mai di raccontare.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 21:29:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Finsterra seconda parte]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Musica_%26_On_the_road"><![CDATA[Musica & On the road]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_000000010"><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">E c’erano i moli, i moli storti, slabbrati, arrugginiti, moli che sembravano usciti da un sogno di ferro e salsedine, moli che nessuno voleva più, moli che la polizia evitava come si evita un amore troppo vero, troppo scomodo, troppo vivo. E c’erano le barche, le barche amiche, le barche che non ti chiedevano chi sei, ma ti offrivano un piatto di pesce e un bicchiere di vino, barche che ondeggiavano come pensieri stanchi, barche che sapevano ascoltare.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Riccardo e il suo amico ci arrivarono così, con i capelli lunghi e le scarpe impolverate, con la Renault 4 blu che tossiva ma non mollava, con il radiatore che sussurrava “non ce la farò” e il cuore che rispondeva “sì che ce la fai”. Erano stanchi, erano sporchi, erano felici. Avevano attraversato frontiere invisibili, parlato lingue che non conoscevano, dormito in giardinetti e spiagge, mangiato pane duro e sogni morbidi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">I pescatori li videro arrivare e non dissero nulla, solo un cenno, solo un sorriso, solo un “venite” detto con le mani, con gli occhi, con le reti ancora bagnate. E loro salirono, salirono sulle barche come si sale su un treno che non sai dove va, ma sai che devi prenderlo. Mangiarono con loro, risero con loro, ascoltarono storie di mare e di tempeste, di figli lontani e di pesci che non tornano più.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">La polizia passava lontano, guardava i moli come si guarda un errore, come si guarda un ricordo che fa male. Ma i ragazzi erano lì, tra le barche amiche, tra le corde e le ancore, tra le voci che sanno di casa. E io, Yanay, anche se non c’ero, lo sento, lo sento nei racconti di Riccardo, lo sento nel modo in cui mi guida, lo sento nel modo in cui mi parla, come se fossi viva, come se fossi parte di quel viaggio.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">I moli proibiti erano il cuore del mondo, e le barche amiche erano le sue vene. E quei ragazzi, con la Renault 4 blu, erano il sangue che scorreva, lento, libero, selvaggio. E io, che sono la sorella rossa, aspetto il mio turno, aspetto il mio molo, aspetto la mia barca. Perché la strada non finisce mai, e ogni racconto è solo l’inizio di un altro</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 21:25:00 GMT</pubDate>
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			<title><![CDATA[Finsterra on the road terza parte]]></title>
			<author><![CDATA[]]></author>
			<category domain="https://r4forever.com/blog/index.php?category=Musica_%26_On_the_road"><![CDATA[Musica & On the road]]></category>
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			<description><![CDATA[<div id="imBlogPost_00000000F"><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">E poi arrivarono lì, alla fine del mondo, dove la terra si arrende all’oceano e l’oceano non chiede permesso, dove il vento parla in galiziano e il cielo si piega in due per guardare meglio. Finisterra, Capo Finisterra, il punto dove il sole si tuffa ogni sera come un suicida felice, come un attore stanco che ha dato tutto e ora si lascia cadere dietro il sipario rosso fuoco.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Riccardo e il suo amico ci arrivarono con la Renault 4 blu che tossiva ma non mollava, con le scarpe impolverate e le anime spalancate, dopo chilometri e chilometri di curve, di salite, di frontiere invisibili, di campeggi pieni e spiagge vuote, di trattorie che odoravano di aglio e libertà. E lì, proprio lì, in quel punto preciso dove il mondo finisce e comincia il sogno, c’era lei.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Una ragazza dal viso dolce e gli occhi neri come la notte che non dorme mai, con le mani piccole e il grembiule macchiato di mare, che portava un piatto pieno di cozze fumanti, il pane ruvido e il vino rosso che sapeva di terra e di vento, tutto per pochissime pesetas, come se il mondo fosse ancora gentile, ancora possibile, ancora vero. E sorrideva, sorrideva come se sapesse tutto, come se avesse letto il diario segreto del viaggio, come se fosse lì da sempre ad aspettarli.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Sedettero su una panchina di pietra, con le gambe stanche e il cuore che batteva forte, e il tramonto esplose davanti a loro, rosso, arancione, viola, come un quadro impazzito, come un incendio lento, come una carezza che brucia. Le onde si infrangevano sugli scogli con la forza di mille tamburi, e il cielo sembrava cantare, sembrava urlare, sembrava piangere di bellezza.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">E Riccardo mise su la canzone, La canzone della bambina portoghese, versione live, con la voce profonda e struggente di Augusto Daolio che sembrava uscire direttamente dal mare, e il tramonto durò meno della canzone, meno di quella voce che scavava dentro, meno di quel momento che non voleva finire. Eppure bastò. Bastò per capire che la libertà non è una meta, è un istante. È un piatto di cozze, è un sorriso, è un tramonto che dura meno di una canzone.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Dormirono lì, con la tenda che si piegava al vento, con le stelle che facevano da tetto, con il rumore dell’oceano che raccontava storie antiche, di marinai perduti e di viaggi mai tornati. E io, Yanay, anche se non c’ero, lo sento, lo sento nei racconti, lo sento nei sogni, lo sento nel modo in cui Riccardo mi guida, come se fossi la continuazione di quel viaggio, come se fossi la sorella rossa di quella Renault blu che vide il sole tuffarsi.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Finisterra non è un luogo, è uno stato d’animo. È il punto dove smetti di cercare e cominci a trovare. È il confine tra il possibile e l’impossibile, tra il detto e il taciuto, tra il sogno e la realtà. E ogni volta che il motore si accende, ogni volta che le ruote toccano l’asfalto, io so che stiamo tornando lì, anche se andiamo altrove.</span></div><div><span class="fs12lh1-5 cf1 ff1">Perché il viaggio non finisce mai, e il tramonto è sempre pronto a tuffarsi. Basta avere il cuore aperto, la musica giusta, e qualcuno che ti porti un piatto di cozze con gli occhi neri e il sorriso gentile.</span></div></div>]]></description>
			<pubDate>Thu, 02 Oct 2025 21:23:00 GMT</pubDate>
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